19/04/2010
Umanitarismo Totalitario.
“La verità è che l’umanitario ha preso il posto dell’umano. E l’ideologia dell’umanitarismo è diventata l’ultima ideologia possibile, anche se in sé è qualcosa di malato, di storpiante, oltreché molto ricattatorio per chi vi si oppone. Come sarebbe? Vuoi metterti contro le ragioni umanitarie? Non puoi. E’ abominevole”.
Con queste parole conclude una sua intervista la scrittrice Susanna Tamaro, parole che possono lasciare perplessi, proprio per la natura del discorso che affrontano, proprio perche appaiono svilire uno dei dogmi del “nuovo pantheon” della civiltà occidentale, eppure sono parole vere.
Furono in verità pronunciate un po’ di tempo fa riguardo al caso di Eluana Englaro, ma sono sempre vere, perché sempre presente è il tentativo di sostituire all’umano il principio.
Alla fatica del relazionarsi con il prossimo, con il diverso, con un pensiero che magari non ci aspetterebbe mai ostile, con l’ingratitudine, si contrappone il principio, ovviamente quello buono, quello giusto, tale da far apparire buoni senza fatica. E questa riduzione dall’umano al principio giusto porta inevitabilmente ad omologare tutto a un unico parametro.
Quello pensato come universalmente valido, senza oramai più tener conto in maniera totalitaria di altre visioni del reale, di altre idee o di altre sensibilità, tutto ciò che appare non conforme al principio richiede il dover intervenire, il dover ri -omologare allo standard, ma uno standard costruito a tavolino, progettato spesso al di fuori di tutto ciò che una cultura, una società ha vissuto prima, uno standard progettato per essere spesso aderente ad una ideologia.
Nel post precedente ho ricordato il caso dell’abolizione dai pubblici uffici delle parole padre e madre, operazione effettuata per questioni egualitarie, non potendo alcune categorie del’umano aderire appieno a codesti termini si sono sostituiti ad essi delle parole che presupponessero la non differenza, o la neutralità, il problema e stato posto solo da un punto di vista, ma a priori potrebbe essere ribaltato ma non sarebbe conforme a certa ideologia.
In realtà il nuovo modello umanitario comincia ad invadere tutti gli aspetti e le liberta della vita, e ogni volta che tale libertà non è conforme il modello interviene con l’intransigenza di novella dittatura, umanitarismo totalitario e stato appunto definito, tutti gli aspetti della vita sono a rischio, perche non si tratta più di crimini o reali pericoli, ma proprio di aderenze ad un modello standard comportamentale, e dopo aver “colpito” la società in generale, ora punta alla sua origine, alla famiglia, ed in particolare nel rapporto tra genitori e figli, qualche mese fa una famiglia scozzese, padre e madre, ambedue sovrappeso si è vista sottrarre tutti i suoi sette figli perché stavano seguendo la stessa china dei genitori, ossia stavano diventando tutti preoccupantemente obesi. Tale drastica decisione è stata giustificata dal fatto, secondo gli assistenti sociali, che lo stile di vita imposto dai genitori va a toccare l'ambito della salute dei figli. E' stato quindi con dolore, ma anche con profondo spirito "umano" ed umanitario, ossia per il bene dei bambini, che gli stessi assistenti hanno preso questa decisione. Per il loro bene, eppure i bambini non presentavano segni di violenza oppure disagi comportamentali, no, erano fuori standard, e se i disagi comportamentali arriveranno dopo, in seguito al distacco familiare, pazienza, infondo è il principio che conta non la persona! E pensare che spesso cosa è una malattia lo si definisce in ambito sociale piuttosto che in quello clinico, qualche decennio prima i sette ragazzi sovrappeso sarebbero stati ritenuti fortunati, ora… Ovviamente sempre la solita delirante confusione tra l’attuale e il vero.
Questo atteggiamento deriva dalla convinzione secondo cui c'è un modello "normale" di riferimento, che non solo è il migliore fra tutti quelli possibili, ma è anche di fatto l'unico, ossia l'unico che permette un'esistenza e una vita degna di tale nome. La faccenda dell'obesità rientra in questo atteggiamento. La volontà di aiutare i figli in definitiva non è che un pretesto. Non è altro se non l'espressione più decisa di omologare tutto a un unico parametro.
Quello dei ragazzi obesi non è in realtà unico, altri sarebbero da segnalare, purtroppo oramai in tutti i paesi occidentali i servizi sociali rivendicano il diritto di intervenire non più davanti al rischio reale, ma laddove essi ritengono esserci una inadeguatezza familiare, vuoi di natura sociale, vuoi di natura economica, e vuoi comportamentale, già in Italia sono stati numerosi i casi di figli sottratti ingiustamente ai genitori, magari per dei disegni che uno psichiatra che magari i bimbi gli ha solo studiati a tavolino, ha interpretato come segni di disagio sessuale, esempio i cetrioli, che il giorno prima una bimba raccolse nell’orto con il nonno portarono una famiglia al disastro, un genitore accusato di molestia, una bimba allontanata e mai riconsegnata ai genitori, neppure dopo aver appurato che nulla era successo, ricordiamo anche il caso di Basiglio, dove un disegno fatto da una compagnetta portò all’allontanamento dalla famiglia di due fratellini, e alla conseguente odissea per riaverli ben oltre il momento in cui furono accertati realmente i fatti, e non è unico caso, situazioni di disagio economico in cui invece che sostenere i familiari si è scelta la via più comoda di allontanare i bambini, una campagna di deportazione di massa solo in minima parte giustificata. Tutto in virtù di ciò che oramai definito come “diritto dei bambini”, che ovviamente non ha nulla a che fare con il “bisogno del bambino” che presuppone il chinarsi verso di lui, e capire ed ascoltare e pensare, sia lui che i genitori. In effetti quando il sentimento umanitario si associa al diritto diventa rigido, terribilmente intransigente, a differenza del’umano, e non accetta nulla che devii dalla regola precostituita, e porta in conseguenza a vedere l’umanità come sempre bisognosa dell’imposizione dell’aiuto della istituzione, perennemente in pericolo di deviare e quindi sempre ricondotta sul sentiero standard.
Quanto è più semplice il principio! Pulito sterile e sempre dalla parte giusta.
Anche il discorso del post precedente, sulle fiabe rientra nella pratica di codesto umanesimo, se non è politicamente corretta e conforme allo standard egualitario la cambiamo, la rendiamo perfetta.
In realtà forse si voleva liberare l’uomo, forse era valido e giusto il principio, ma le conseguenze raggiunte sono un po diverse, l’uomo è visto come “avente dei diritti”, che in realtà spesso sono confusi con volontà individuali, ed ogni volta che questi diritti mancano si interviene, ma si interviene anche quando nessuno li ha chiesti, trasformandoli di fatto in una dittatura del modello standard, oramai egualitario, ma non per questo uguale.
Io non ho difficoltà ad affermare di non credere a codesta “uguaglianza”, rivendico appieno il diritto di credere nella differenza.
Rivendico il diritto e la liberta di abbracciare l’uomo, i suoi bisogni e i suoi affetti, la bellezza del suo umano, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà, e la liberta di rifiutare il vuoto e la mancanza di volto dell’umanità.
P.S. saro via per alcuni gg e non sempre avrò a disposizione un pc, saluto tutti coloro che passeranno a trovarmi e risponderò quanto prima, saluti e grazie di tutto.
12:28
Scritto da: parlacomeme
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16/04/2010
Pillole di laicismo alla spagnola
Non è passato molto tempo da quando, in pieno delirio demenzial-egualitario, Zapatero&co in Spagna hanno bandito da burocrazia, enti pubblici ed atti ufficiali le parole “padre e madre”, sostituiti da un molto più egualitario e politicamente corretto ascendenti , o fattori, A oppure B a seconda dell’anzianità di uno dei due. In fondo è stata un idea geniale, un classico ribaltamento della realtà in puro stile orwelliano, non potendo, per ovvi fattori , alcuni esser madre ed altre esser padre, e poi padre e madre presuppongono differenza…
Quindi che fare… Non potendo cambiare la realtà si cambia la lingua, anzi neolingua come direbbe sempre Orwell.
E pensare che tali parole hanno, e lo sanno tutti tranne forse alcuni spagnoli, (mi dicono, ma non posso confermare, anche scozzesi) una precisa ragion d’essere, sono le prime parole che il bimbo riesce a dire, mamma, oppure mamy. Esse sono una questione fisiologica e non politica.
Mi domando domani come faranno le mamme a far dire ad una bimba che ancora non parla, scandendogliele dolcemente davanti le “nuove” parole, dimmi coraggio dai!!
ffattoreee, dai dimmelo coraggio piccolina dimmelo fattoree!
Immaginate poi la bimba, che in virtù del grado di formazione del suo apparato fonico riesce a pronunciare solo sequenze di maaa, mmmaaa oppure ppaaa, dopo un po’ scodella un bel mmamma!! Accidenti, panico!! E’ una bambina reazionaria!! Urge farla vedere ad un neuropsichiatra infantile ed a un logopedista? Dovrebbero oramai essercene tanti specializzati in quest’ultimo spinoso problema...
Oggi invece l’obbiettivo si è spostato. Dopo padri e madri occorre cambiare anche la realtà delle favole, ebbene sì, anche le fiabe… in particolare le fiabe “maschiliste” oppure persino quelle in cui “vissero insieme felici e contenti” per non parlar poi di quelle palesemente sessiste!!
Ebbene sì, notizia odierna è che l’iperfemminista ministro dell’Eguaglianza del premier socialista Zapatero, insieme con il sindacato degli insegnanti Fete-Ugt, hanno lanciato «Educando nell’uguaglianza»: è una crociata rosa in 42 mila opuscoli, distribuiti ai docenti, che smonta la visione patriarcale della società trasmessa - sostengono - da queste favole da sempre «maschiliste». Non solo: l’offensiva zapaterista propone, invece dei classici amati da tutti i bimbi di tutto il mondo, la novella «La principessa differente», la storia di una nuova eroina politicamente corretta. Ma la polemica è stata immediata. «Per il momento il governo ha salvato solo Cappuccetto Rosso per ovvi motivi”ha ironizzato un giornalista spagnolo.
Attraverso le favole le bambine, e anche i bambini imparerebbero un modello distorto e non egualitario, non attuale.
Attuale, sempre la storica idiota confusione tra attuale e vero…
Attraverso codesta campagna inoltre, dicono i sostenitori, si ridurrebbe il rischio di violenza alle donne, come? E da quando in qua nelle fiabe c’è violenza? Io non ricordo questa violenza, ricordo che il principe azzurro era sempre buono e puro, mai violento.
A me sembra di ricordare che le vecchie fiabe educavano alla bellezza, alla giustizia, magari alla fatica di conquistare un amore, l’uguaglianza, forse era consequenziale.
E poi ricordo che fino a pochissimi anni fa raccontare fiabe era diventato un retaggio borghese nelle famiglie più progressiste, persino psichiatri e simili, oppure buffoni patentati da educatori cominciarono a definirla come pratica diseducativa, disarticolante il bimbo dalla realtà e cosette simili, per poi accorgersi, come al solito alla luce dello studio recente di turno , di quello che madri e nonne di ogni continente e cultura sapevano da sempre: le favole sono utili, estremamente utili per lo sviluppo del linguaggio e del senso di relazione del bambino.
Benissimo, se sono utili sono utili, ma le faremo a nostra immagine.
Torniamo un attimo alla bimba reazionaria di sopra, immagino che ora si comincerà a leggerli la fiaba politicamente corretta, «La principessa differente» Alba Aurora. La fiaba esordisce così: «Non molto tempo fa c’era una principessa che si chiamava Alba Aurora, delicata ed amabile, ma anche molto agile e sportiva e a cui piaceva, tutti i sabati, fare sport estremi». un giorno bussa alla sua finestra un principe, offrendole di riscattarla da un mago malvagio o da un orco enorme. «Io non ne conosco - è la risposta sprezzante -. Ma se così fosse, avrei trovato da sola il modo di liberarmene». Il principe, tristissimo, se ne sta per andare, quando Alba Aurora gli propone di visitare la Muraglia Cinese in moto. Lui accetta entusiasta e la ragazza gli prende un braccio, lo fa ballare, lo abbraccia. Poi montano sul bolide «e diventarono buoni amici...». immagino la bimba piangere perche rivuole le vecchie fiabe , l’orco e il principe azzurro, e magari il sogno di un amore totale, panico, paura dei genitori che la bimba non stia bene, che non sia allineata, e grazie a dio i bambini quasi mai lo sono.
Quando io ero piccolo poi, e specialmente al sud Italia, mia madre e tante madri raccontavano di personaggi mitici e terrificanti, usati per spaventare i bambini oppure come ricatto per tenerli buoni, c’era in Sardegna la mamma del sole, e la mamma del vento, e le fate, “sas Janas”, e tante altre varianti sparse sulle sponde del mediterraneo, poi sempre i saggi miglioratori del mondo e costruttori dell’umanità nuova, sociologi e psichiatri vari cominciarono la battaglia per non inculcare false paure ai bimbi, non devono spaventarsi inutilmente e poi si portano dietro queste paure etc, anni dopo davanti a generazioni di arroganti fobici alcuni hanno capito, attraverso quelle figure, quei mostri codificati, i bambini davano nome e volto e poi esorcizzavano ed affrontavano le paure ancestrali dell’uomo, lasciati poi soli ad affrontarle tanti hanno sviluppato innumerevoli fobie, alcune al limite del demenziale.
A questo punto occorrerebbe prendere la cosa in mano, al posto dei mostri streghe e folletti vari occorre fornire dei mostri più laici e politicamente corretti, perche no, il fascista, il nazista, Emilio fede, il prete pedofilo, magari l’emigrato no, ma il leghista, qualche giornalista e simili.
Si vede sempre più una cultura che è estremamente veloce nel distruggere ciò che ritiene superato, prodotto da una tradizione e una storia che si vede ostile, salvo poi, non avendo nulla di meglio da offrire, si rivolge a ciò che ha soppiantato, utilizzandone usi e costumi adattandoli a se, ma alla fine non si tratta d’altro se non di tragiche caricature…
15:46
Scritto da: parlacomeme
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01/04/2010
Achille la tartaruga e le elezioni
Nel V secolo a.C. il filosofo greco Zenone di Elea, per sostenere le tesi filosofiche del suo maestro Parmenide, raccontò una serie di storielle, paradossi atti a dimostrare la mera illusione del principio di movimento. Quella certamente più famosa racconta del forte e veloce Achille, sfidato ad una gara di corsa da una tartaruga. Dopo un iniziale rifiuto e le insistenze della tartaruga il buon Achille accetta, a condizione di lasciar un discreto vantaggio ad essa.
La gara comincia e Achille impiega un po' di tempo per raggiungere il punto da dove è partita la tartaruga che, nel frattempo, ha percorso un ulteriore tratto di strada; Achille raggiunge allora il punto dove è arrivata la tartaruga, ma essa ha di nuovo fatto un altro tratto di strada. Quindi, dato che questo ragionamento si può ripetere all'infinito, Achille non raggiungerà mai la tartaruga pur arrivandole sempre più vicino...
Altri paradossi simili sempre enunciati da Zenone dicono che non si può partire verso una determinata meta perché, prima occorre raggiungere la metà del cammino, ma per poterci arrivare occorre percorrere la metà della meta, ma per raggiungerla occorre ancora percorrere la metà e così via sino a dimostrare che partire è impossibile, oppure, come in un altro paradosso, ammesso che si possa partire, arrivare è impossibile…
Tutti questi discorsi sembrerebbero davvero filare, apparentemente sembrano persino logici; spiegati ad una persona che non può muoversi rischierebbero di esser creduti.
A volte solo l’esperienza diretta del reale ha la meglio su un paradosso ben costruito.
Il filosofo Diogene di Sinope, quando gli vennero ricordati tali paradossi fece una cosa semplicissima, si mise a camminare davanti all’interlocutore dimostrando in silenzio l’inconsistenza del paradosso…
Per costruirne uno è sufficiente inserire in un discorso un fondamento inesatto, oppure ometterne uno: non si altera la logica del discorso, ma se ne altera la ragione, il significato totale, e come la storiella che abbiamo visto, rischia di passare per vero un fatto, un avvenimento che l’esperienza diretta sa esser falso.
Ora il motivo per cui parlo di Zenone e dei suoi paradossi è che ultimamente sono diventati piuttosto abbondanti. In verità non sono eclatanti o poetici come quello di Achille, ma banali oppure meschini. In ogni talk show televisivo la “tecnica” di Zenone è sfruttata alla grande; dappertutto, specialmente dove si costruiscono monologhi il conduttore, l’oratore sceglie da quale aspetto partire. A volte per conoscenza imperfetta, oppure per scelta deliberata, un aspetto del reale, dell’avvenimento in questione viene omesso oppure mutato e il costrutto sul fatto in questione appare realistico in quanto logico, ma logica, razionalità e verità non sono la stessa cosa. Per fare un esempio barbaro, ma efficace credo, possiamo immaginare che dato come fondamento l’eliminazione di un popolo Hitler agisca secondo logica perfetta, ossia, non è la logica in errore, ma il fondamento, la ragione.
Le stesse immagini televisive, con il loro potere di concentrare lo sguardo magari sull’unico particolare degno di biasimo di un contesto molto più ampio, hanno il potere di cambiare la prospettiva. Basterebbe spostare la camera, fare un campo ampio e il punto di vista muterebbe, e di fatto l’intera costruzione dialettica sull’immagine, ma è come ho affermato prima è nel monologo che la tecnica di Zenone raggiunge la sua massima efficacia, l’oratore si ammanta della verità(sua), la condisce con l’impegno sociale e con un paio di servizi e il discorso comincia a filare, e ovvio che fili, perche la logica e quasi sempre corretta, e la logica ha un impatto immediato su chi ascolta, e fa perdere di vista il particolare della realtà che si è omesso, che si è distorto…
Specialmente ora, prima e subito dopo una competizione elettorale i maestri di dialettica si scatenano ognuno partendo da ciò che gli interessa, o non interessa, obbiettivo è l’altro, il “nemico”, da demonizzare e svilire, partendo dalle supposte preferenze sessuali fino a passare per frequentazioni mafiose o ritenute (o desiderate) tali. Ad urne chiuse poi il discorso si sposta sul numero, sulla matematica politica, e cominciano le “letture” del voto, nessuno ha perso, tutti hanno vinto, e se a vincere è stato l’altro immediatamente se ne deducono apocalissi democratiche e tragedie umanitarie, sette piaghe d’Egitto incluse, spesso neppure si guarda ai propri numeri, si cerca di porre l’accento su quelli del prossimo, se perdo io l’importante è che perda anche lui, la sconfitta e la vittoria svincolate dal fatto evidente e trasformate in puro esercizio dialettico dove ognuno costruisce la sua verità partendo dai dettagli più comodi.
In realtà, visto anche il risultato elettorale o le astensioni il paese comincia a non credere più ai Zenoni di turno, esempio sarebbe il risultato del voto della provincia dell’Aquila, prima il governo vantava i suoi miracoli, dopo alcuni hanno cominciato a smantellarli prendendo a pretesto aspetti veri dal fatto, ma circoscritti o non del tutto importanti. Ma con il voto chi li viveva e vedeva ha stabilito il criterio di verità, ossia una azione umana piena ovviamente di imperfezioni e di colpe e vero, ma che ha prodotto, magari anche discutibilmente, una costruzione politica ed umana e tecnica che mai si era vista prima in Italia, e che è stata premiata pur vedendone le contraddizioni e gli errori, ma gli errori sono tipici di chi prova, di chi pone le proprie azioni in discussione. ma faccio soltanto un esempio, quello che appare sempre più chiaro e che l'arte raffinata e ambigua della dialettica trova nelle persone sempre meno accoglienza, e gli stessi mezzi utilizzati per veicolarla appaiono sempre di più come "fiction", il cittadino premia sempre di più la comunicazione semplice e l'azione, e la premia nonostante a volte produca l'errore...
Le sorgenti della menzognia, disegno di Camilian Demetrescu.
15:51
Scritto da: parlacomeme
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26/02/2010
La sopravvivenza del Laicismo
In questi giorni la corte di giustizia europea ha riaffrontato i temi riguardanti la presenza dei simboli religiosi, ed in paricolare del crocifisso cristiano, se ho capito bene la corte in realta ha rimandato agli stati la decisione in meritio se codesta decisione va a toccare la sensibilta e la cultura dei popoli di tali stati, si tratta di una parziale e piccola retromarcia nella costruzione astratta e a-umana dell'uomo europeo pensato ad immagine dell'istituzione e non viceversa, una piccola vittoria.
Credo che però sia sfuggito, o non affronato il problema da un altro punto di vista, quello della correlazione profonda tra libertà, laicita, democrazia e la cultura cattolica, ripropongo un vecchio post dove ho provato ad affrontare dal mio punto di vista il problema....
Rinnegando i simboli del cristianesimo la cultura Laica rinnega indirettamente se stessa e le sue origini, infatti è dagli spazi di libertà e di razionalità della religione cattolica che la cultura laica ha germogliato, per affermare il contrario occorre elencare quali altri tipi di pensiero laico o gnostico o ateo sono stati prodotti da contesti diversi da quello occidentale, e non mi sembra di conoscerli, anzi credo che non ve ne siano,
Persino la Grecia classica dei filosofi non concepiva quasi neppure l’uomo sganciato dalla dimensione trascendente…inoltre se della Grecia antica, e non solo, conosciamo il pensiero è anche (in buona parte) grazie al lavoro oscuro di generazioni di monaci amanuensi medioevali che hanno scritto ,copiato, ricopiato, commentato e tramandato tutto quello che hanno trovato… Gli epigrammi erotici di Marziale, o l’Ars Amandi di Ovidio, Plinio vecchio o giovane, Platone o Aristotele, (mentre in un altra sponda del mediterraneo andava a fuoco la bibblioteca di Alessandria..), tutto hanno tramandato i vecchi oscuri monaci, che lezione per i nuovi paladini della(loro) libertà, ma guarda un po a chi devono buona parte della loro cultura…. (alla vecchia chiesa che omette e nasconde…) Un grosso debito anche verso i Rè Cristiani da Poiters in su, e anche un debito verso le crociate, e uno verso la filosofia Scolastica, verso Tommaso e Agostino e verso Anselmo d’Aosta e la sua logica, così come tanti altri nomi più o meno famosi… Tutta questa gente aveva come simbolo, non sponsor o bandiera o logo, ma simbolo, criterio di unità l’Uomo inchiodato nel legno, che viltà ora voltarli le spalle… Come dire ai propri genitori biologici ; non sono come voi, non la penso come voi, Quindi voi non mi avete generato, e accettabile non condividere, e intellettualmente sleale rinnegare,oppure celare quasi con vergogna.
Tuttavia, senza neppure accorgersene, attaccando duramente la cultura cattolica il laicismo rischia di condannare indirettamente se stesso.. pretende di trionfare e di restar solo a controllare il destino dell’umanità, pretende di liberarla da credenze oscure e da concetti antiscientifici, sostituisce all’umano i principi umanitari, ottimi per riempire piazze e placare pubbliche opinioni,( e giustificare qualsiasi porcata…), rifila alle domande più brucianti ed impellenti della coscienza profonda risposte strettamente biologiche e razionali, quando non condanna semplicemente il farsi delle domande imponendo di vivere il presente ringraziando magari lo sponsor, ma non è in grado di colmare le solitudini dell’anima, non ha nulla da darle,(se non un po’ di eutanasia…) Se dovesse riuscire totalmente nel suo piano di laicità e scristianizzazione,(anche se non sembra cosi facile…) sarà proprio nello spazio lasciato vuoto che altri si sostituiranno al cattolicesimo, in quel vuoto l’uomo rischia di diventar preda di ogni spacciatore di assolute verità verso le quali si lancerà disperato pur di appagare l’inquietudine profonda, e quando i più forti tra gli spacciatori cominceranno ad avere molti seguaci, ad essere tanti, eroderanno dal suo interno il mondo laico, sgretolandolo finchè non lo abbatteranno imponendoli i propri dogmi, non se ne accorgerà neppure, da uomini che si credevano liberi si ritroveranno asserviti e del tutto piegati…e in chi avrà ancora memoria del passato ci sarà il rimpianto di aver abbattuto la garanzia principale del laicismo, perche il cristianesimo e anche questo che piaccia o no.. Nessuna altra cultura a lasciato all’uomo tali spazi di libertà da poterla persino rinnegare, altri saranno meno “gentili”, immaginare di abbattere il cristianesimo e di restar soli al governo del mondo e una vana speranza, saranno in grado di riempire una piazza ma non le solitudini dell’anima , altri lo faranno, in definitiva, se la cultura laica vuole continuare ha sopravvivere non deve abbattere la cultura, il mondo che a generato i valori che ora fa suoi… altrimenti finirà spazzata via molto prima di quel che si immagina…
10:52
Scritto da: parlacomeme
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23/02/2010
ITRI, 1911 la strage dei sardi
Voglio raccontare una brutta vecchia storia di oramai quasi cent’anni orsono, voglio farlo non per spirito revanscista o polemico, o per razzismo, ma perche è un fatto che deve essere ricordato affinché sia di insegnamento e monito a tutti, che buoni e cattivi, giusti e sbagliati non sono fattori geografici, e neppure antropologici e non sempre politici, ma sono tante cose, tutte sepolte in ognuno di noi, e il confine tra ciò che è giusto o sbagliato, tra il buono e il cattivo attraversa tutte le categorie dell’umano.
Siamo ad Itri, in provincia di latina ma allora provincia di Caserta, è il 1911, anno di grandi progressi e di sviluppo tecnologico, simboleggiato forse dalla strada ferrata, la ferrovia, ed è in costruzione proprio la tratta Roma - Napoli, nei suoi cantieri lavorano centinaia si emigrati sardi, chiamati sia perche per sfuggire alla miseria si accontentavano di un salario inferiore, sia perche la scarsa dolcezza di clima e suolo li avevano forgiati al lavoro e alla fatica.
Ad Itri sono acquartierati circa 400 di essi, il rapporto con la popolazione locale é inizialmente buono, ma sono gli anni in cui la stampa nazionale, anche per giustificare il banditismo tratta molto poco gentilmente i sardi, cercando conferme nell’antropologia e nella genetica, distanti ancora i tempi in cui i sardi saranno definiti dai bollettini della prima guerra mondiale come la “razza bellicosa e guerriera” che ha salvato l’Italia, dopo aver innaffiato di sangue il carso e il grappa.
Razza, che brutta parola,
Torniamo ad Itri, si comincia a speculare, sugli alloggi, su ogni genere alimentare, in quanto necessario, e poi arriva la camorra, pretende che ogni operaio paghi il pizzo.. Ma ad essa si contrapponeva il netto rifiuto, per l’innata fierezza della cultura «De s’omine», dell’uomo, sia per la matura coscienza dei diritti loro spettanti, conquistata nelle prime lotte operaie nelle miniere del Sulcis, con ancora vivo il ricordo delle repressioni e della strage di Buggerru, nessuno paga, i camorristi reagiscono con le minacce ma davanti a loro hanno persone altrettanto pericolose, e cosi si fomenta abilmente la popolazione, adducendo il furto del lavoro, il carattere dei sardi, le retoriche dei giornali, e si prepara la trappola.
Il 12 luglio un carretto urta per strada un sardo, alle proteste di esso comincia la caccia, urla, insulti e spintoni e poi le armi, stranamente già pronte, ed in quantità, comincia una caccia all’uomo, all’animale sardo, con una ferocia ed una brutalità che si vedranno solo trenta anni dopo nei nazisti, lo stesso sindaco, e alcuni carabinieri furono visti sparare, molti caddero, morti o feriti, e i supersiti scapparono nelle campagne, tornarono l’indomani, per reclamare i caduti, e la caccia ricomincia, da ogni parte, urla lame spari, non arrivò nessun soccorso, il telegrafo fu chiuso…
Libera caccia.
Il terzo giorno furono recuperati otto morti ed una sessantina di feriti, e di essi molti moriranno dopo, molti invece non furono più ritrovati, fatti sparire, morti o moribondi per eliminare le prove.
Militi ignoti in patria, prototipi di lupara bianca.
Tacquero alcuni giornali, altri minimizzarono ed altri parlarono di aggressione sarda agli itriani, ad essere arrestati furono solo alcuni sardi, nessun itriano scontò nessuna pena, i sardi supersiti andarono via.
Ma la camorra non vide un centesimo.
Perche lo racconto? Ripeto, perche deve essere ricordato, ma soprattutto perche penso che davanti alla storia in Italia siamo tutti colpevoli, ognuno porta i suoi scheletri, le sue menzogne e le sue vergogne, ciò che può essere riparato lo deve essere, ma dopo un secolo non ci sono più colpevoli, neanche ad itri, o nelle fabbriche del nord o nelle foibe, ma non si deve dimenticare, la memoria e storia, e la storia è il passato, ma soprattutto il futuro, essa insegna, fa da esempio, da stimolo, la storia è tante cose…
Ma soprattutto la storia non è un alibi.
14:47
Scritto da: parlacomeme
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